Oggetti d’arte in regime del margine: obblighi assolti dal rappresentante fiscale


In caso di operazioni di compravendita di opere d’arte, antica, moderna e contemporanea, soggette al regime del margine, effettuate in Italia da un rivenditore stabilito in uno Stato non UE tramite il proprio rappresentante fiscale, quest’ultimo compie gli adempimenti previsti dal regime del margine (Agenzia delle Entrate – Risposta 13 settembre 2021, n. 582).

La questione riguarda gli adempimenti ai fini IVA in relazione alle operazioni svolte dal rappresentante fiscale italiano, per conto di un rivenditore di diritto svizzero di opere d’arte antica, moderna e contemporanea, per le opere dallo stesso cedute in regime del margine nella UE, sia a soggetti passivi IVA sia a privati, siano essi “italiani” o “UE”.


Il regime del margine è finalizzato a evitare fenomeni di doppia o reiterata imposizione sui beni usati, oggetti d’arte, d’antiquariato e da collezione, che dopo la prima uscita dal circuito commerciale sono ceduti a un soggetto passivo d’imposta per la successiva rivendita, con conseguente ulteriore imposizione ai fini IVA in relazione al prezzo di vendita da questi praticato.
Si tratta in sostanza di beni acquistati da un soggetto passivo d’imposta (cd. rivenditore) nel territorio dello Stato o di altro Stato membro, presso privati o un altro soggetto passivo che non ha potuto detrarre l’IVA afferente l’acquisto o l’importazione degli stessi.
Per detti beni, il cessionario/rivenditore corrisponde normalmente al proprio cedente un prezzo d’acquisto comprensivo dell’IVA anche se questa non ha formato oggetto di specifica rivalsa, e dunque, ove fosse assoggetto a IVA l’intero corrispettivo della rivendita, si verificherebbe una duplicazione dell’imposta.
Al fine di evitare questa doppia tassazione, il regime del margine prevede l’applicazione dell’IVA al solo utile lordo realizzato dal rivenditore, cioè la differenza (cosiddetto “margine”) fra il prezzo di vendita e quello d’acquisto maggiorato delle spese di riparazione e di quelle accessorie.
La determinazione del margine presuppone naturalmente l’effettuazione di due operazioni che fanno perno sul rivenditore: quest’ultimo infatti rivende il bene a un terzo con addebito dell’IVA, avendolo in precedenza acquistato da un privato o da un “soggetto equivalente” (soggetto che non ha potuto operare la detrazione Iva).
Riguardo alle operazioni rilevanti in Italia effettuate da soggetti non residenti nei confronti di soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato, in base al regime Iva ordinario, i relativi obblighi sono adempiuti dai cessionari o committenti “residenti” in inversione contabile (cd. “reverse charge”).


Secondo l’Agenzia delle Entrate, la peculiarità del regime del margine induce a dare prevalenza alle disposizioni speciali di tale regime rispetto all’ordinaria modalità di assolvimento dell’Iva. In tal senso, ha osservato che la regola per la quale il debitore d’imposta è normalmente il cessionario si applica nell’ambito delle operazioni intra-UE.
Secondo la disciplina IVA, non sono considerate “operazioni intracomunitarie”, bensì “operazioni interne” le cessioni effettuate da un cedente che – nel suo Stato UE di residenza – le assoggetta al regime del margine. Analogamente, le cessioni di beni effettuate, con applicazione del regime del margine, da operatori nazionali nei confronti di soggetti residenti in altri Stati comunitari non costituiscono cessioni intracomunitarie.


In conclusione, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che il regime del margine, in quanto derogatorio di quello ordinario, presuppone il rispetto di alcuni adempimenti, esperibili dal solo rivenditore che, nel caso in cui sia stabilito in uno Stato non UE, possono essere adempiuti in Italia dal proprio rappresentante fiscale, per le operazioni ivi territorialmente rilevanti.