Chiarimenti su errata applicazione del reverse charge e recupero credito IVA


Forniti chiarimenti sull’errata applicazione del reverse charge e al recupero credito IVA soggetto non residente (Agenzia delle entrate – Risposta 07 giugno 2021, n. 393).

Quando le operazioni domestiche intercorrono tra soggetti non stabiliti ai fini IVA in Italia, né quivi in possesso di una stabile organizzazione, il cedente deve emettere fattura con IVA utilizzando la partita IVA italiana, acquisita mediante identificazione diretta (se stabilito ai fini IVA in un Paese UE o in un paese terzo che abbia stipulato accordi di reciproca assistenza amministrativa ai fini IVA, ex articolo 35-ter del decreto IVA) ovvero attraverso un rappresentante fiscale (ex articolo 17, comma 2, del medesimo decreto IVA).
Ne deriva, pertanto, che la cedente, per assolvere l’obbligo di rivalsa e di versamento dell’IVA – in assenza di una sede o di una stabile organizzazione nel territorio dello Stato – avrebbe dovuto identificarsi ai fini IVA in Italia oppure nominare un rappresentante fiscale ed addebitare l’IVA in fattura secondo le regole ordinarie.
Ciò detto, con riferimento alle violazioni degli obblighi di assolvimento dell’imposta mediante il meccanismo dell’inversione contabile, nel caso di specie, in relazione alle operazioni di acquisto effettuate nel periodo d’imposta 2018, per cui i termini di presentazione della dichiarazione annuale IVA (30 aprile 2019) erano già scaduti all’atto dell’identificazione diretta avvenuta il 30 ottobre 2019 – stante la previsione dettata dalla norma sanzionatoria, che non richiede il versamento dell’imposta quando l’IVA sia stata effettivamente assolta dal cessionario, e l’impossibilità di recuperare l’IVA in detrazione in dichiarazione annuale perché omessa e quindi non integrabile – la cedente può considerarsi al pari di un soggetto che non ha effettuato operazioni per le quali è debitore dell’imposta.
In altre parole, nonostante l’errore, la cedente conserva il diritto ad ottenere il rimborso dell’IVA addebitata alla sua partita IVA spagnola.
Diversamente si determinerebbe l’impossibilità per il contribuente di recuperare l’IVA, ledendo in tal modo il principio di neutralità dell’imposta, tenuto conto che, contrariamente a quanto ipotizzato dalla cedente, non è possibile presentare nel 2021 una dichiarazione annuale IVA omessa relativa ai periodi d’imposta 2018 e 2019.
La cessionaria conserva, con riferimento alle operazioni di acquisto effettuate fino alla data di identificazione della cedente, il diritto alla detrazione dell’imposta assolta irregolarmente con l’inversione contabile.
Con riguardo alle operazioni effettuate dal 2019, anno di identificazione della cedente non residente, l’IVA relativa agli acquisti poteva essere recuperata dalla cedente mediante l’esercizio del diritto alla detrazione, nelle liquidazioni periodiche e nella dichiarazione annuale IVA.
Pertanto, successivamente all’identificazione tardiva:
– la cedente poteva esercitare la detrazione dell’imposta assolta in relazione alle fatture di acquisto del 2019, anche antecedenti l’identificazione, emesse dalla controllata nei confronti della partita IVA estera. Tale diritto poteva essere esercitato nell’ambito della prima liquidazione periodica eseguita dopo l’identificazione o in sede di dichiarazione annuale per il periodo d’imposta 2019;
– la cedente doveva assolvere all’obbligo di rivalsa e di versamento dell’IVA, relativamente alle fatture emesse nei confronti della cessionaria, utilizzando la partita IVA italiana;
– la cessionaria poteva esercitare la detrazione in relazione alle fatture emesse dalla cedente.
Se, infine, anche dopo l’acquisizione della partita IVA italiana, la cedente ha continuato erroneamente a fatturare le cessioni in regime di non imponibilità, ferma la sanzionabilità della violazione commessa, la cessionaria avrebbe dovuto regolarizzare le fatture.